La voce della luna

Bassa Padana: il contemplativo e sognatore Ivo Salvini, sente le voci dai pozzi quando la luna li illumina ed è alla ricerca del femminile.  Incontra in questa sua ricerca vari personaggi un po’ folli, tra cui l’ex prefetto del paese Gonella, che si sente perseguitato da strane congiure. Solo loro due, per amore o per angoscia, sanno “ascoltare” il silenzio della notte.

L’ultimo film di Fellini. Dal romanzo “Il poema dei lunatici” di Ermanno Cavazzoni.

 

 

 

 

FELLINI, LA LUNA E NUOVI RICORDI

Stage 32, blog americano per addetti ai lavori e appassionati della settima arte, mi ha chiesto di scrivere un post “amarcord”. Mi hanno invitato a scrivere qualcosa su di lui e sull’esperienza trascorsa anni fa sul set della voce della luna.
Ho colto al volo quest’occasione che non so perché, ma nel mio paese che è anche il paese del “maestro”, (me lo sono chiesto mentre scrivevo l’articolo) non mi era stata mai offerta.
Per chi volesse leggere la storia in inglese, questo è il link.
(THOSE WISHING TO READ THE STORY IN ENGLISH, HERE’S THE LINK)
Fellini entrò in camerino all’improvviso.
Lo spettacolo non era ancora finito. C’erano ancora due comici. Noi la nostra parte l’avevamo fatta. Eravamo rientrati in camerino. Pian piano, stavamo tornando in noi stessi.
“Mi sembra che hanno riso!” Mi disse Roberto.
Roberto era il mio partner sulla scena.
“Hanno riso sì!” Gli risposi.
Avevamo proposto un estratto del nostro spettacolo. Dodici minuti esatti. Ci avevano detto di non superare il quarto d’ora. C’erano sei comici in scaletta. Noi eravamo i quarti. Sarebbe stato peggio fare l’apertura o la chiusura. Dovevamo solo stare attenti ai tempi.
I tempi.
Quando si erano accese le luci sul palco, mi ero immediatamente accorto che non riuscivo a vedere in faccia il pubblico. Lo sapevo. Il teatro era molto più grande dei locali in cui di solito eravamo abituati a esibirci. Non mi piaceva quando non guardavo le facce della gente.
“Ma li hai sentiti?” Mi chiese Roberto.
“Sì… li abbiamo presi dall’inizio!”
“Hanno riso eh?”
“Ammazza se hanno riso!”
Ascoltai la mia voce leggermente stonata. La tensione pian piano stava calando. Era fatta però. Prima di entrare in camerino io avevo anche incrociato lo sguardo del comico che doveva esibirsi dopo di noi. Mi aveva rivolto uno sguardo preoccupato. Non è facile per un comico entrare in scena dopo un altro comico che ha fatto molto ridere. Capii il suo dramma. Altre volte era capitato a me di uscire dopo un altro che aveva spaccato il pubblico. In quell’istante sei davvero da solo e sai che sarà dura.
Era un anno che avevo deciso di preparare uno spettacolo con Roberto. Insieme avevamo studiato due personaggi completamente agli opposti. Era un azzardo perché uscivamo dagli schemi. Nessuno di noi era la spalla dell’altro. Eravamo due maschere clownesche che si agitavano e parlavano a raffica con un affanno crescente. Portavamo in scena una certa inettitudine. Giocavamo a carte scoperte col pubblico.
“Hanno riso tanto!” Disse di nuovo il mio amico.
Poi la porta si aprì e apparve Fellini.
Cominciò a farci immediatamente diverse domande. E mentre ce le faceva si asciugava il viso con un fazzoletto.
“Ma chi siete voi due, da dove siete usciti?
Era rosso in viso e gli occhi erano umidi per le risate. Ogni tanto si bloccava e continuava a ridere.
La cosa più assurda che poteva succedere a un comico alla fine degli anni ‘80, era che la porta del camerino si aprisse ed entrasse Fellini a farti i complimenti. Io stavo vivendo proprio quella cosa assurda. Solo che c’era un piccolo problema.
Io non sapevo che quell’uomo era Fellini.
Aveva una faccia vagamente familiare. Io pensavo fosse il direttore del teatro e che ci stesse facendo i complimenti. Mi accorsi che il mio amico aveva una faccia stralunata che doveva essere uguale alla mia.
Quell’uomo che rideva, rosso in viso e con le lacrime agli occhi ci disse che talmente si era divertito che non voleva vedere più altri comici.
Io ero contento e stupito.
Contento perché quello era uno dei teatri più importanti d’Italia. Quel signore sicuramente era un pezzo grosso. Magari ci avrebbe inserito in uno spettacolo per la prossima stagione.
Poi ci parlò del film che stava facendo. Ci disse che era un film sulla follia. E voleva assolutamente offrirci un ruolo. Dopo non so quanto tempo, finalmente aprì la porta per andarsene. Mi accorsi in quell’istante che quell’uomo non era il direttore del teatro. C’era uno stuolo di fotografi che ci sommerse di flash (ho ancora una foto di quell’istante, dove si vede chiaramente la mia faccia stupita). I fotografi dicevano: “Maestro, maestro…” e scattavano foto a raffica. Fu in quell’istante che i miei neuroni si collegarono.
Mi ricordai.
E un nome si stampò davanti a me. Una scritta luminosa connessa al cervello.
Un lampo.
E un’esclamazione silenziosa uscì dai miei pensieri: “È Fellini!”
Poi parlammo con Fiammetta, la sua segretaria, una ragazza dai lunghi capelli rossi. Prendemmo appuntamento per qualche giorno dopo, nel suo ufficio, agli studi di posa. Ci andammo in macchina io e Roberto. Eravamo abbastanza increduli. Pieni di domande. Nella sua stanzetta degli studi sulla Pontina, a qualche chilometro dal centro, Fellini ci accolse come un padre accoglie due figli di cui aveva perso le tracce da anni. Ci raccontò tutto il film che aveva in mente, scena per scena. E io capii subito che il ruolo che voleva offrire a me, era un personaggio fondamentale nella storia che aveva in mente.
Io non ci pensavo al cinema, cioè, un poco sì, ma pensavo che sarebbe arrivato molto più in là nel tempo. Pensavo che dopo anni di spettacoli, di serate, di televisione, magari qualche regista mi avrebbe chiamato per offrirmi un ruolo da protagonista. Dietro la sua scrivania, Fellini mi parlava. Mi spiegava il personaggio e nello stesso tempo disegnava. Alla fine, mi mostrò quello che aveva disegnato. Ero io e non ero io. Ero io in caricatura, col vestito del personaggio. Ero diventato una creatura di Fellini. Ero finito nei suoi disegni e perciò, nei suoi sogni. Restammo con lui tutta la mattina.
Anche al mio amico offrì un bel ruolo. E poi continuò a raccontarci i particolari del film; ci disse i nomi degli altri attori che aveva scelto; ci disse che i protagonisti erano Roberto Benigni, Paolo Villaggio e poi continuò con i racconti sulle relazioni dei nostri personaggi con le azioni, le scene, passo dopo passo, la storia del film si svelava, come se fosse davvero un sogno che lui aveva fatto. Ci disse che voleva dedicare questo suo film ai folli, a coloro cioè che entrano in una dimensione dove la realtà non ha più importanza per loro.
Solo dopo molti anni, capii del regalo che ci aveva fatto. Ci aveva guidato per mano attraverso una visualizzazione di questa storia. Ed io per un attimo, mi ero sentito perfettamente integrato nella sua immaginazione.
Ci accompagnò fuori dalla sua stanza e poi continuò a passeggiare con noi lungo il corridoio e poi fuori dagli studi e poi, addirittura, ci accompagnò fuori, alla macchina. Lo salutammo.
In silenzio, misi in moto e partii. Fellini era sempre fermo lì. Alzò la mano e ci salutò ancora. Non guardai nello specchietto retrovisore ma sapevo che, probabilmente, Fellini restò a guardare la macchina fino al momento in cui non scomparve dalla sua vista. Questo fu il primo incontro con lui. Ne seguirono altri, dove pian piano, prese vita il personaggio di Nestore.

Dopo qualche mese cominciarono le riprese della “Voce della Luna” e in un certo senso, la mia vita non fu più la stessa. Fellini mi voleva spesso con lui anche quando sul piano di lavorazione non c’era il mio personaggio. Mi chiamava: “Angelino…” e a volte, mi portava a pranzo in un ristorante vicino agli studi. Credo mi volesse bene e più volte mi rassicurava sul lavoro che stavo facendo.

Sono passati vent’anni. Oggi sono un filmmaker indipendente.
L’esperienza sul set de “La voce della Luna” è stata sicuramente importante. Quando vivevo quel presente però, non mi facevo domande. Col tempo ho capito che l’incontro con Fellini è stato fondamentale per una mia ricerca personale. L’ho capito solo col tempo però, cioè dopo che il cammino d’artista mi ha portato a pormi delle domande. Se a un certo punto non arriva il tempo delle domande, significa che le stai solo rimandando. Le domande a te stesso sono importanti. Altrimenti non hai capito ancora che sei un artista e ti accontenti di fare intrattenimento.
Fellini era un artista; un grande artista. Questo perché lo trasmetteva continuamente, col suo sguardo da bambino, con i suoi colpi di genio sul set e anche con i suoi capricci. Fellini aveva la libertà dipinta sul volto.
Era totalmente libero ma la sua libertà l’aveva costruita passo dopo passo. Se l’era guadagnata sul campo.
Nella mia vita Fellini è arrivato all’improvviso, così come, anni dopo, all’improvviso è arrivata un’onda di cambiamento che mi ha fatto sterzare verso un sogno: quello della libertà d’espressione che va al di là di ogni regola che regge lo show business e in modo particolare, il mondo del cinema. Per questo oggi posso dire di essere davvero indipendente, proprio perché sono dipendente dalla necessità di fare film nella libertà più assoluta. E il fatto che i primi film che ho diretto siano stati prodotti da grandi società e abbia lavorato con grandi mezzi, non significa assolutamente aver ripiegato: no, è solo un percorso che è simile a quello di molti altri che sentono il bisogno di esprimersi così. Un filmmaker è un cercatore e ha bisogno di circondarsi di uomini e donne simili a lui e che sentono nel loro intimo un contatto profondo con una parte di sé che è strettamente connessa a questo spirito di libertà. Per questo è importante circondarsi delle persone giuste, riconoscersi e stringersi come in una cordata per scalare una montagna. Un film è raggiungere una meta insieme e arrivare alla vetta insieme.
Penso spesso a Fellini. Mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non lo avessi incontrato. Mi chiedo spesso se anche lui provava le stesse cose quando aveva l’idea per un film. È un bagliore improvviso e sai che sei stato fecondato chissà da chi e da cosa. Le tue giornate continuano, fai altro, ma intanto, una parte di te sta pensando a quell’idea che pian piano si allarga e ti invade al punto che devi cominciare a scriverla. Estrarla da te. Partorirla. Così nasce un film. E un giorno comprendi che il cinema è diventato la tua vita. E quando sei da solo, pensi ogni tanto ai tuoi maestri e alle persone che ti hanno influenzato e regalato un po’ della loro passione, del loro amore per l’arte e la vita. E Fellini è lì, come un’isola verso cui tornare col ricordo: un’isola dove andare a riposare e nello stesso tempo, caricarsi d’energia. Un po’ come un sole che brilla così forte, tanto da rischiarare qualsiasi notte della vita.

 

 

 

 

IL SILENZIOSO CANTO DEL CIGNO

Nel 1990 esce, tra le solite fatiche produttive, La Voce della Luna che rappresenta una sorta di testamento spirituale, poiché da lì al 31 ottobre 1993, data della sua morte, Federico Fellini girerà, suo malgrado, solo qualche pubblicità.

Qui siamo proprio nel buio e campane a morto risuonano dall’inizio alla fine del film.

La follia ci fa sentire voci che ci chiamano (qualche psichiatra azzarderebbe la diagnosi di schizofrenia) e Ivo Salvini (un perfetto Roberto Benigni) sente la voce della luna nel pozzo.

La follia ci fa vedere complotti ovunque e nemici dappertutto (qualche psichiatra parlerebbe di sindrome paranoide) e Il prefetto Gonnella (un altrettanto convincente Paolo Villaggio) si aggira solitario per il Borgo cercando microfoni e telecamere nascoste, sentendosi seguito e braccato. Due pazzi, due lunatici che sembrano risolvere a modo loro il conflitto con la realtà circostante, impregnata di un acre odore di morte, di volgari guardoni che ormai possono solo masturbarsi, mercificando i contorsionismi della giunonica di turno. Una realtà sempre più invasa dal mostro televisivo (c’è una immagine di Silvio Berlusconi arbitro accanto alla squadra del Milan che è un funesto presagio), dalla volgarità della gnoccata, dai talk show sulla cattura della luna,dalla mercificazione di materiali sacri, dalle urla di venditori imbonitori, dal rumore assordante e fonte di confusione.

E la musica? Ogni tanto qualche squarcio di eternità, quattro note capaci di far muovere gli oggetti, un momento di lucidità in un ballo di valzer (di Strauss) a ricordare un amore che non c’è più. Poi di nuovo il rumore assordante che copre i grandi interrogativi della vita, inestricabili. Ci sarà un foro per passare dall’altra parte? Tutti questi morti, dove stanno? Il fuoco quando si spegne, dove va? Cosa ci faccio in questo mondo?

Siamo partiti con Schopenhauer adesso ci ritroviamo con Leopardi e Collodi. Un pessimismo cosmico che in certi tratti è contaminato dalla coscienza di non avere più tempo a disposizione, di vivere su di un piano inclinato con la sensazione perenne di stare per cadere. La scarpetta di Cenerentola va a tutte le donne, non ne esiste una speciale. L’uomo è in ginocchio definitivamente , il suo ballo è patetico, tutto è già stato detto, tutto è già stato rivelato, nulla si sa, tutto si immagina.

Ma la fantasia non è un pozzo senza fondo e adesso dal pozzo tiriamo su la terra.

La luna annuncia la pubblicità ed è come alzare bandiera bianca.

Fellini sembra alzare le braccia al cielo e dire :”Mi arrendo!”. Malgrado certi momenti di intatto talento visionario, la stanchezza sembra prendere il sopravvento, quella luna catturata e gli spari contro di essa sono un concentrato di malinconica stanchezza.

Ivo si ritrova davanti al pozzo dei suoi desideri catturato da voci che non riesce a decifrare.

“Eppure io credo che se ci fosse un po’ di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa riusciremmo a sentire….”.

Con questa frase si conclude la storia cinematografica di Federico Fellini. Se ci voltiamo indietro vediamo che un percorso enorme è stato compiuto. Un primo blocco narrativo che va dal 1950 (Luci del Varietà) al 1957 (Le Notti di Cabiria).Accessibile, spirituale, a volte moraleggiante, comunque già visionario, molto più vicino a Chaplin che a Jung. La Dolce Vita fa da punto di snodo cruciale e fondamentale. Poi un secondo blocco narrativo che va dalla Dolce Vita fino a Giulietta degli Spiriti (passando per 8 e mezzo) in cui l’autoanalisi psicologica, il seme della disperazione, vengono rappresentati con una trasfigurazione originale. Insomma Jung e Picasso si danno la mano. Un altro film boa fondamentale che è Satyricon (1968). Poi un terzo blocco narrativo che va da Roma fino ad Amarcord in cui la memoria sembra lenire un poco le sofferenze. Infine un quarto e ultimo blocco Scophenaueriano che va da Casanova fino alla Voce della Luna con piccoli tenui raggi di sole rappresentati da Intervista e Prova D’Orchestra.

Fellini lascia la scena dopo aver regalato momenti di eternità, e un modo diverso di vedere le cose.

Federico Fellini esce di scena sulle note della famosa marcetta di Rota in 8 e mezzo e si congeda dal suo mondo di sogno come quel bambino di rimini inghiottito dal buio. Ci saluta come Paoletta nel finale della Dolce Vita:dai Federico, nonostante tutto questo casino attorno, forse qualcosa siamo riusciti a sentire. E questo forse può essere quel raggio di sole consolatorio che tanto cercavi.

(Tratto da filmtv.it, autore Snaporaz 68)

 

The Voice of the Moon (Italian: La voce della luna) is a 1990 Italian dramatic comedy film directed by Federico Fellini and starring Roberto Benigni, Paolo Villaggio, Angelo Orlando and Nadia Ottaviani. Returning to themes he first explored in La strada (1954), Fellini crafts a parable on the whisperings of the soul that only madmen and vagabonds are capable of hearing. Based on the novel Il poema dei lunatici by Ermano Cavazzoni, the film is about a fake inspector of wells and a former prefect who wander through theEmilia-Romagna countryside of Fellini’s childhood and discover a dystopia of television commercials, fascism, beauty pageants, rock music, Catholicism, and pagan ritual.

The film received David di Donatello Awards for Best Actor, Best Editing, and Best Production Design, and nominations for Best Director, Best Film, Best Cinematography, Best Music, and Best Producer.[2] The Voice of the Moon was Fellini’s last film before his death in 1993.

 

ALBUM FOTOGRAFICO SU COLONNA SONORA